martes, 27 de octubre de 2009

bloody sunday bloody









pic by natalia lipovetzky


Sì, dev’essere questa la ragione che ci unisce adesso, la nostra solitudine disarmata, la mancanza di un odio o un amore (ne abbiamo così bisogno), questo viscerale aggrapparci a una giovane amicizia tessendola con l’ordito delle assenze improvvise e la trama di un vuoto ancora umido. Restiamo così ore, condividendo qualcosa di un po' parziale e intenso al tempo stesso, stese come foglie cadute sul tetto di un enorme edificio proprio a fianco all’autostrada, fissando il cielo in movimento, ascoltando le auto in movimento – e noi lì, immobili – circondate da torri premature e grattacieli, una timida macchia color smeraldo in frammenti tra le costruzioni e un fiume blu che è quasi oceano lì dove la Città Infinita termina. L’orizzonte è un po’ il contorno della nostra immaginazione, borderline tra la realtà concreta e le continue supposizioni, loop di speranze e aspettative e speranze e aspettative e, un quadrato segreto di cemento rossastro e di assoluto e poi la lontananza, intorno, quel vuoto così palpabile che ci consuma la pelle come il sole zenitale all’ora della siesta.

Accompagna la mia notte nella 303, due poltrone e il vento, la mia perenne sigaretta spenta nel bicchiere di vetro e l’attesa che me lo dica – un po’ di speranza – la nitida consapevolezza che non abbia senso sperare perché è passato troppo tempo – eppure – il mio pendere da quel no che ancora non prende forma, i suoi giri di parole per non farmi male, la mia domanda diretta e quel bicchiere di veleno cosparso di miele lungo i bordi che mi fa bere mentre imbottisce i fatti per attutire la mia caduta, sospirando.

viernes, 23 de octubre de 2009

untitled









pic by yani szalkovicz


Io ho bisogno (bisogno di cosa? Bisogno di dare? Bisogno di riempire?), ho uno strano bisogno di ricerca e riempimento, e questa vita – il tempo - che mi scorre addosso in set sempre diversi è un pugno di sabbia che stringo forte forte fino a ridurre al nulla, non più il nulla di partenza forse, ma un nuovo nulla che giura di esser stato qualcosa, un tempo. Così lo scrivo, lo isolo dalla mente e lo butto nel mondo, un po’ lo perdo, lo rileggo a settimane o mesi o anni di distanza e - sì - sgomenta la tranquilla noncuranza che segue questa presa di coscienza assoluta, come vomitare nero esistenzialismo nei pensieri d'inchiostro e carta, poi chiudere il quaderno e continuare a vivere come se non l'avessi mai aperto.

martes, 20 de octubre de 2009

polvere













Emi solleva la testa, mi punta gli occhi contro e scuote bruscamente quella fitta palla di riccioli che si trova addosso per levarseli dal volto. Andre le ha appena rasato mezza testa e in controluce vedo una nuvola di polvere sottile ondeggiare nell’aria, seguendo i suoi movimenti. “Vuoi provare?” mi chiede. Non so se lo voglio. Ho appena premuto play su un disco di Autechre e si profila una notte davvero molto lunga, che m’incita a trasgredire le mie stesse regole, decisioni autoimposte anni prima con solida convinzione e argomenti che ora non riesco a ricordare. E’ sorprendente come nulla resista al tempo, nemmeno le più solide certezze, sempre ammesso che abbia senso credere in questo nome, e mentre passeggio lo sguardo sullo schermo del computer continuo a non rispondere. Forse non dovremmo fidarci del lungo termine perché è evidente che non esistiamo, lì dentro. “Allora, provi o no?” la sua impazienza è sempre maggiore ma cerco di non farci caso, di rifugiare questa momentanea indecisione nei bassi della minimal che riempie l’aria intorno. Lei mi guarda, aspetta che questo mio blackout si esaurisca, che una qualunque reazione prenda consistenza, e fa un po’ sorridere quella sua posa da bambina in attesa frenetica, gli occhi a palla mentre una me-sorella-maggiore decide se comprarle o no lo zucchero filato e cambiarle l’umore in un baleno. Lo specchietto quadrato su cui si sdoppiano le cinque strisce bianche gliel’ha regalato la madre alcuni anni fa, e a modo suo è un’immagine dolce perché sono quasi certa che Emi non abbia alba di come si disegni una linea di eyeliner sulle palpebre, forse non l’ha nemmeno mai fatto nel decennio che seguì le scuole superiori, quando era seminecessario e cool uniformarsi anche al bisogno di trasgredire. Posa lo specchietto e si alza bruscamente, stringe il mezzo Windsor della sua cravatta viola ed è perfetto, dopo tutte quelle ore di formazione davanti ai video di youtube alla ricerca del non plus ultra plastico del nodo, si rimbocca le maniche della camicia bianca da uomo piccolo e solleva i jeans chiari che le cadono lungo i fianchi stretti. Poi torna a sedersi e mi rivolge la stessa domanda, di nuovo. I bassi vibrano nei nostri sterni mentre l’eco delle sue ultime sillabe resta sospeso nel vuoto lasciato dalla musica, una melodia minore che si dissolve ad libitum tra l’armadio a cascata e le montagne di libri e vestiti disseminati sul pavimento, i cd scoperchiati, i nostri occhi che s’incrociano per un breve momento nel riflesso dello specchio tra le strisce e un istante di decisivo silenzio nell’attimo in cui termina il disco di Autechre. Non ho aperto bocca, ma Emi ha capito. Sorride beffarda, poi si pente e rettifica, rovescia la sua risata in una smorfia di tristezza e delusione fasulle poiché dovrà dimezzare il suo divertimento se intende condividerlo, ma taglia comunque un altro pezzetto della cannuccia che aveva tanto insistito per farsi regalare nell’ultimo bar, ore prima. Andre si sta facendo la doccia per levarsi di dosso la polvere dei suoi riccioli neri. Se n’è andato in mutande lasciandoci sole nella stanza, gridando dall’interminabile corridoio che avrebbe finito in cinque minuti. E’ passata almeno un’ora, credo, e forse non hanno più senso le lancette come riferimento stabile, ora che misuriamo il tempo in dischi e sigarette, esercizi di stile e vuoti a rendere di Quilmes che si accumulano in file disordinate sul pavimento di legno. Andre non sospetta che Emi. Andre non sospetta che io, soprattutto. Ho quasi dimenticato il mio sì quando mi porge la piccola cannuccia di plastica e lo rende reale, ricordandomi che c’è una conseguenza diretta per ogni risposta che tiriamo nel mondo superficialmente, che disegna timidamente i contorni di un futuro immediato seguendo uno solo degli infiniti percorsi possibili, una verità che ci definisce in quel momento soltanto, perché in quello dopo siamo semplicemente altro e, nonostante questo, tutto quel che segue dipende direttamente da ogni decisione che l’ha preceduto, come una goccia d’acqua che genera splendidi cerchi concentrici senza averlo deciso prima di cadere. Smettila cazzo che la vita è più semplice, mi dice spesso, nei momenti in cui il suo proverbiale autismo lascia spazio alla versione di lei che preferisco, ma entrambe sappiamo che mente, così m’infilo quella cosa plasticosa nel naso e osservo le briciole bianche scomparire rapide, aspirate da un enorme buco nero inciso nel mio riflesso, poi la striscia si esaurisce, resta soltanto una piccola costellazione di puntini raddoppiati dallo specchio e mi allontano, ingoio saliva e stelle finché la gola si anestetizza in una gommapiuma morbida e amarognola, in una normalità più lucida e concreta.

miércoles, 19 de agosto de 2009

dos incomunicados














A volte dimentico che questa è l’America Latina. A volte mi sento un po’ troppo disinvolta mentre cammino per le strade della Capital Federal senza guardarmi intorno, senza più spalancare gli occhi di fronte ai cartoneros e la miseria, normalizzando il set e in fondo assolvendo involontariamente il male con la mia endemica superficialità da classe media. A volte aspetto le 2 am per uscire di casa e camminare chilometri con la musica nelle orecchie, alienata da tutto, in direzione El Especial, piccolo bar clandestino che ospita interessanti feste da qualche settimana e che presumibilmente tra qualche settimana avremo già rimosso. A volte mi dimentico di vivere in Argentina (sarebbe diverso altrove? Forse, ma in ogni metropoli la storia si ripete) e m’intrappolo in un sottopassaggio, camminando veloce ma non abbastanza da evitare l’improvviso disegnarsi di un’altra ombra sulla parete bianca al mio fianco. I suoi contorni mi riesumano da un denso torpore musicale, come una violenta sveglia che ci catapulta fuori dalle lenzuola allo scadere della quarta ora di sonno, rapid eye movements arrestati e un sogno interrotto prima che possiamo immaginarne la fine, svegliati Vani, despabilate, riemergi dal tuo melodico buco nero e ricorda che questa è Buenos Aires, non la vecchia palude mantovana, apri gli occhi e preoccupati perché ti stanno aggredendo. Mi volto all’improvviso e un signore sulla quarantina (o sulla trentina portata pessimamente) si cimenta nel puntarmi meticolosamente una bottiglia rotta al volto, abbastanza vicino da impedirmi di guardarlo negli occhi e dedurre la serietà delle sue intenzioni. Devo addirittura spegnere la musica per ascoltarlo, i Quintorigo mi urlano nelle orecchie un messianico “…e poi fuggire” mentre il rumore del vetro in frantumi si mescola con gli archi e la polvere. “Dame el celular o te corto la cara”, mi disse, quasi strappandomi un sorriso. Se me l’avesse detto in italiano, “ti taglio la faccia”, mi sarei terrorizzata (brrr, ho i brividi solo a pensarlo), ma in castellano queste minacce hanno sempre un non so che di grazioso e purtroppo non riesco mai a prenderle sul serio. Immagino me ne pentirò il giorno in cui mi succederà qualcosa per davvero ma, fino ad allora, continuerò a prendermi un momento per riflettere prima di regalare a un estraneo i miei averi, senza contare che ciò che mi chiedeva, il cellulare, era sepolto in qualche profondo angolo del mio zaino stracolmo e avrei davvero dovuto svuotarlo sulla strada per trovarlo. Così, in un suo decisivo momento di distrazione, diedi retta ai Quintorigo e iniziai a correre sulle mie efficientissime gambe da ciclista full time, correre e correre ancora fino a smaltire l’adrenalina su tre chilometri di strada e poi rendermi conto che non aveva più senso prendere un taxi perché praticamente ero già arrivata.

Così, sudata e adrenalinica, sola e anticool, le calze completamente smagliate dalla corsa e un’apparizione anticipata nella notte porteña, arrivai a El Especial. Il tuo volto fu il primo che intravidi in fondo alle scale, con quella rugginosa barbina spelacchiata, un new look da hippy postmoderno e la fascia fluorescente tra i capelli semilunghi. Spettinato, pensai. Trasandato, corressi. Descuidado, tradussi, e la pista era vuota e non c’era modo di evitare una parola, un’occhiata, una vicinanza qualsiasi, ma continuai a mentirmi accumulando sinonimi in varie lingue finché non ti avvicinasti un po’ ballando un po’ ballonzolando, e allora cercai di recuperare la calma post-aggressione salutandoti con poca enfasi, forzando un sorriso, un abbraccio a maglie larghe e un hola urlato all’orecchio per coprire i 200 decibel di minimal techno intorno.

Bella pedalata per la city, ricordi? Mi devi ancora una reazione ma io non so aspettare e ho già un gomitolo di risentimento cautelare legato alle dita. La tua mano sul mio braccio passeggiò distratta in un movimento che tanto somigliava a una carezza, mentre mi chiedevi se mi sentivo ancora spaventata per l’aggressione, se andava tutto bene, io annuivo meccanicamente, ma l’adrenalina che mi aveva trascinato di corsa dall’oscura via alla festa ora sembrava solo un beato preambolo.

Nelle due ore seguenti feci il miracolo: imposi al mio cervello un corto circuito per evitare di fare quello che faccio sempre in questi casi, ovvero iniziare a dipendere da quel vitale rigor mortis e soprattutto dall’attesa, iniziare a dipendere dall’attesa che qualcosa accada mentre qualcosa è appena accaduto, e la notte si colori di aneddoti da raccontare alla carta, avida di subliminale come sono, da ripescare nelle tediose domeniche di solitudine e resaca e mandare in loop nel cervello come un placebo. Il loop, che pericolo. La dipendenza dall’attesa, dalla pura potenzialità. Balla balla e piensa, balla piensa e guarda fora, ballare ma essere altrove, o semplicemente non essere, stare in pura sospensione tra due attese insistendo con lo sguardo in quella direzione, elemosinando una parola, un incrociarsi di sguardi, di vite che ammetta che algo esta pasando, che qualcosa sta davvero accadendo e poi, inevitabilmente, accorgersi che non succede proprio niente.

L‘intensità con cui aspettiamo qualcosa è inversamente proporzionale alle probabilità del suo verificarsi - Murphy docet – e forse quella che chiamiamo Realtà non è altro che un Bignami dell’immaginazione.

Perciò ho ballato, osservato i bassi vibrare nel mio bicchiere di screwdriver e infilato l’attenzione in ogni dettaglio infinitesimale della pista, come m’insegnò Cortazar, scegliere un particolare qualunque purché insulso e perdersi lì dentro, lì dentro essere. Penso quindi sono. Pensare l’ossessione, ergo, non aiuta la calma a esistere.

La festa raggiunse il suo picco massimo, preludio di un inevitabile declino, così presi lo zaino e me ne andai. Era la mia firma, sparire sempre un istante prima dello shift verso la mattina e le crudeli luci al neon a svelare con violenza i resti della notte sui nostri volti. Diedi il mio addio serale ai neoamici di turno (con la coda dell’occhio ti vedevo infilarti nella tua giacca flower power) e mi allontanai verso l’uscita (eri dietro di me, per quanto ancora fingeremo il nulla?).

“Hey, ciao”, improvvisai con finta e malcelata sorpresa. Ci salutammo di nuovo con un abbraccio gemello della notte di Sendròs, quella in cui assassinai ogni eventuale sequel con un gesto che all’improvviso mi sembra così anticontemporaneo, Vani in diretta dal secolo decimo nono seminando letterine sulle bici di sconosciuti.

“Ti va di camminare?”, mi chiese e se ne andò senza aspettare la risposta, che forse era già incorporata in qualche cavillo semantico della domanda. Ormai non ho più vergogna da provare, ho come l’impressione di averla già vissuta tutta, ho alzato un muro intorno a questa sensazione, perciò riesco tranquillamente a fingere che nulla sia mai successo quando ci avviamo verso casa (ognuno verso la sua casa) fianco a fianco e il silenzio della città che dorme definisce all’improvviso il nostro dialogo.

“E’ stata davvero una bella pedalata, l’altro giorno” mi dicesti, lento e lapidario, lapidandomi con le parole lentamente e confessandomi il piacere di trovarlo e leggerlo, poi il silenzio e resistere e in fondo distinguere chiaramente un no in risposta a una domanda che non ho mai posto, un no zuccherato, mimetizzato tra elogi e ringraziamenti, un no argentino forse, un no che mi fai bere da un bicchiere cosparso di miele lungo i bordi ma pur sempre un no.

Et voilà, ecco la reazione che bramavo, come me la racconterò adesso per poterci credere di nuovo?

Mi abbracci ancora, il paradosso di quella stretta rende il tuo no davvero categorico, una bella pedalata, forse, ma questa è la realtà reale, pura negazione, e mi sussurra all’orecchio che posso solo concedermi alcuni istanti di fantasia letteraria in solitudine, da consumare nei tuoi abbracci terminali per poi stirarli all’infinito.

Come un placebo.

Il loop, che pericolo.

viernes, 14 de agosto de 2009

bella pedalata punto









Bella pedalata. Bella… Pedalata. Bella pedalata per la city. Che bella pedalata per la city. Linda pedaleada por la city. Vamos a dar un paseo en bici? Andiamo… Grazie per… E’ stato bello pedalare per la city. Eccetera. Mi esercito, voglio essere preparata quando arriverà il momento di.

Il fatto è che nessuno vede i retroscena, ma i retroscena esistono. Anche da piccola avevo l’amara impressione che il coniglio bianco fosse già nel cappello, che magari lo abitasse con la stessa claustrofobia con cui si abita un tunnel quando varchiamo la soglia di una nuova ossessione e trasferiamo lì dentro la nostra esistenza.

Mi giravi intorno studiandomi come un gatto, in silenzio, ed io speravo di aver esaurito le metafore zoologiche per potermi finalmente godere la mostra rotolandomi con un bicchiere di vino tinto tra i quadri, i sorrisi, la folla (ed eventualmente, la solitudine) imponendomi la tua non-esistenza. Presto scoprì che c’era dell’altro oltre alle animalesche figure retoriche, c’era quest’incondizionato calamitarsi a individuare le tue coordinate, istante dopo istante, ore cinque, ore dodici, e poi scoprirmi esaurita da me stessa, sentirmi un po' desamparada, esposta al mio tormento autoindotto da annegare nel rosso, nei sorrisi, nel mio cilindro da coniglio bianco e solo. Voglio essere preparata quando arriverà il-momento-di, ma quel momento non è ora, ora è il momento di andare.

Mi diressi verso l’uscita scendendo le immobili scale mobili, esaurendo un’adeguata contraddizione sotto i miei passi, ma una mano tesa indicò che andavamo nella stessa direzione e con lo stesso mezzo per giunta, lanciandomi quell’allusione addosso, l’amo cui avevo desiderato abboccare nelle mie ultime due ore di vita.

Allora vamos. Tanto il coniglio è già nel cappello.

E’ una strana strada quella che si consuma sotto le nostre ruote in direzione Microcentro, affiancati da 14 corsie di auto mentre gareggiamo a chi resta in equilibrio nel minor contatto possibile col mezzo, ora senza mani, ora senza piedi, ora facendo uno sforzo minimo per vederci da fuori e scoprire che, da fuori, siamo due piccoli disastri umani che emisferi e percorsi opposti hanno unito con ironia suprema, mentre ci sorridiamo e studiamo di nuovo, come gatti, in silenzio. Le 14 corsie della 9 de Julio attraversate senza mani fianco a fianco, bella pedalata, bella pedalata per la city, il coniglio che sbuca dal cilindro (voglio essere preparata) e quella sensazione quasi fisica di pura libertà nell’attimo in cui si fa coraggio e guarda fuori.

Mi assale la sensazione di aver vissuto troppo presente per una volta sola, mentre lego la bici al farol di turno ed entriamo in quella casa, in cui ci perdiamo definitivamente tra nuovi bicchieri di tinto, inediti sorrisi e una nuova folla. Prima di andarmene ti venni a cercare, era il momento di materializzarti addosso mio personale paradosso, palesarti la mia artificiale noncuranza nello sparire all’improvviso. Ti diedi un timido bacio sociale - nel mio emisfero non è un convenevole - e m’imprigionasti in un abbraccio imprevisto, ma durò un attimo di troppo, e furono falene di piombo nello stomaco, le tue mani addormentate sulla mia schiena per un secondo, forse, che la mente ha stirato all’infinito, e ancora una volta l’infinito, a pendere dal soffitto sulle nostre teste insieme alla scarpa da ginnastica, i fili colorati e il bastoncino del gelato. Una bella pedalata, proprio una bella pedalata…Voglio essere preparata.

Strappo una pagina del mio quaderno e scrivo, Bella pedalata per la city, cinque parole ovvie che nascondono un pomeriggio di composizioni, cancellature e ripetizioni in ogni possibile combinazione su fogli bianchi volanti, il tavolo e la mente riempiti di quel confuso e impietoso pensiero fisso, scriverenotaperesserepreparataquandoarriva il-momento-di, sviluppato con maniacale reiterazione da Shining, Bella pedalata per la city senza firma né altro, solo l’esitante affermazione materializzata su un livello più vero di parole. I retroscena esistono.

Incastro la nota nel sottosella della tua bici rossa e, a meno che non se la lleve el viento, sappiamo entrambi che scripta manent.

Un’arma a doppio taglio.

Lo so, non c’è alcuna domanda esplicita.

Eppure già sento che mi devi una reazione.

Per un attimo sono quasi orgogliosa del mio gesto. Un attimo dopo, mentre pedalo a ritroso sulla 9 de Julio, mi assale un’immagine bizzarra del coniglio bianco, il Bianconiglio, una volta infilatosi nel tunnel del Paese delle Meraviglie. “E’ tardi! E’ tardi!” ripeteva ad Alice guardando il suo orologio da tasca. E’ tardi.

Passiamo intere ore, intere giornate e a volte intere vite preparandoci ad affrontarlo, vogliamo essere pronti per quando arriverà il-momento-di, ma siamo sicuri che quel momento lo sapremo riconoscere?

Bella pedalata, comunque.

martes, 11 de agosto de 2009

Le gustaría dibujar ciertas ideas, pero es incapaz de hacerlo. (…) Proyecta uno de los muchos finales de su libro inconcluso y deja una maqueta. La pagina contiene una sola frase “En el fondo sabia que no se podía ir mas allá porque no lo hay.” La frase se repite a lo largo de toda la pagina, dando la impresión de un muro, de un impedimento. No hay puntos ni comas ni márgenes. De hecho un muro de palabras ilustrando el sentido de la frase, el choque contra una barrera detrás de la cual no hay nada. Pero hacia abajo, a la derecha, en una de las frases falta la palabra lo. Un ojo sensible descubre el hueco entre los ladrillos, una luz que pasa.

Julio Cortázar, Rayuela

lunes, 10 de agosto de 2009

In un giorno imprecisato della settimana scorsa ho inforcato la mia due ruote in direzione BP, hotel in chiusura che –si mormora- abbia avuto un ruolo importante nella diffusione dell’arte contemporanea locale. Ogni stanza era occupata da un artista, opere opere opere ovunque e non tutte di gran livello, anzi, ma decisi di non farmi trascinare dalla severità del mio giudizio e, per una volta, godere dell’esperienza senza bramare la trascendenza.

Stanza 301. Così, un po’ disperatamente, afferrai una delle collane di ferro aggrappate al muro, cerchi di metallo con un filo arrotolato, ognuna delle quali rappresentava un addio da legare in un punto arbitrario della stanza e srotolare abbandonandolo. Scegliere il proprio addio. Cosa abbandonare? La mia biografia mi ricorda che non ho grandi problemi col desprendimiento, se così non fosse forse non sarei dove sono, perciò mi devo inventare qualcosa per poi poter legare il mio filo e fingere di abbandonarla. No me querìa travar en tu despedida, lo giuro, ma è successo, mi sono impigliata con il collo nella stufa, improvvisando un tentativo di suicidio mentre cercavo di esigermi qualcosa originale. Lì, dal profondo del pavimento, ebbi una piccola illuminazione. Quella despedida, ormai diventata un cappio al collo, era un monito al portare la propria mediocrità con stile anziché esigersi un’originalità di cui non si è capaci.

Esigere stile dalla propria mediocrità qué carajo forse è questo il genere d’illuminazioni di cui l’arte è medium, non il sublime, non la trascendenza, ma un istante di piena coscienza del nostro limite fisico e non, che ci attanaglia mentre srotoliamo un improbabile filo dell’addio salutando il nulla pur essendo a 15.000 km di distanza dal luogo che abbiamo sempre chiamato casa.

Tu mi salvasti dal mio involontario suicidio improvvisato, non senza lasciarti sfuggire il sommesso e sospirato ah, Vanina… degno di un padre pretenzioso che scuote la testa di fronte all’ennesima cappella di una figlia senza speranze, snodando, slegando, sgomitolando, e intanto sfiorandomi involontariamente (o forse no) il viso (spero di no), ed io sono vulnerabile adesso e le tue dita che corrono sul mio addio (voglio credere che sia no), e il vento che si alza al tuo respiro e l’arte e…

Stanza 302. Liberata, trovai rifugio nelle relazioni pubbliche e in un fragolosissimo daiquiri che annientò la me lucida per buona parte della serata. Un’amica proiettava un loop permanente di fotografie e la mondanità artistica locale scorreva sotto i nostri occhi mentre ce ne stavamo seduti per terra ad osservare ed osservarci, a ridere e commentare. Era di qualche settimana fa quella foto, scattata durante l’ennesima inaugurazione in cui tu-versione-dj passavi una minimal che sopportavo a stento. Io: le mani in tasca, un malcelato imbarazzo ed una familiare curvatura verso il suolo, e tu che mi parlavi dall’alto del tuo gradino immaginario, forse mi guardavi con il volto semicoperto dalle cuffie, perfetto fermo-immagine della ragazzina insipida che va a rompere i coglioni al dj figo per dirla prosaicamente, le nostre figure olografiche proiettate sulla parete come una (mia) fantasia a grandezza naturale impressa sul muro con la luce, un perfetto incubo sociale in scala 1:1, e quando ciò successe tutti (tutti) annientarono il mio camaleontico desiderio di scomparire improvvisando un ooooooo degno dei miei nebulosi ricordi di prima elementare, un ooooooo manifesto come il mio sguardo nella foto, mentre la me reale desiderava inabissarsi in quella vocale o nell’ologramma ma perlomeno – e almeno per un attimo - smettere d’esistere.

Stanza 303. Riprendo fiato sul letto, satura dell’arte, o – più realisticamente - satura di me soltanto. All’altezza dei miei occhi pende una scarpa da ginnastica appesa a un filo azzurro che pende da un cerchio di ferro sformato, che pende da un filo, che pende da un bastoncino del gelato, che pende da un filo che pende dal soffitto, cui pende un filo appeso ad una spugna cui pende un filo collegato a una bottiglia, poi all’armadio e così via, forse si estenderebbe all’infinito se ci fosse infinito spazio e infinito tempo per. E’ autentico caos. Non capisco, non oso azzardare una possibile interpretazione, guardo quel sistema e non ci credo, ma non so a cosa non credere, non so cosa ci sia da capire, forse non credo che tutto possa stare in piedi con quella fragile e disordinata impalcatura di fili colorati, forse è la mia solita ostinazione nel voler capire anche ciò che non intende spiegarsi, e gli oggetti? Qual è la relazione tra quegli oggetti? Non lo so, non capisco e non credo ma so che voglio capire e se non tocco non credo, quindi tocco, sfioro la scarpa e tutto (tutto) inizia a sbilanciarsi, muoversi sinergicamente e solo la stanza sembra conservare il suo immobilismo, ma curiosamente uno non se lo aspetta, anzi, presto ti assale il dubbio che quell’inerzia sia soltanto un livello più insondabile del caos di cui sopra. Tutto oscilla, si culla fuori e dentro, lentamente ritrova il suo naturale equilibrio e poi si ferma, eppure qualcosa è cambiato, almeno dal punto di vista plastico, nulla è più esattamente come prima. Ogni minima intrusione genera cambiamenti irreversibili, anche ciò che è più distante si muove in un unico e sinergico respiro come parte di uno stesso organismo, che forse a sua volta è parte di un sistema più vasto, il cui movimento si è fermato solo in apparenza, mentre in realtà continua ad espandersi e contagiare altro, lo dimostra il mio gesto, l’aver continuato a pensarlo e poi scriverlo, pubblicarlo, e forse qualcuno lo leggerà, magari lo racconterà risignificandolo ad libitum, ad infinitum.

Una maligna voce dentro mi urla di aprire gli occhi, che probabilmente manco sapevi cosa stessi facendo, ma credo sia un moribondo orgoglio che parla, così mi faccio coraggio e t’invito nel mio living mentale, per mostrarti la tua opera attraverso i miei occhi.

Ti dipinsi quest’altra fotografia quasi a memoria, stavolta lo meritavi davvero per averci mostrato l’infinito e quella percezione quasi fisica di abitare l’universo in espansione usando una scarpa da ginnastica e un bastoncino del gelato, e benché sentissi nascere dentro di me la rotonda sensazione di un errore che si consuma, decisi di ignorarla e continuai come un caterpillar, mentre mi davi le spalle e scrivevi i tuoi addii con il nastro adesivo su una porta chiusa. Sorrisi, ancora una volta, e non dissi nulla se non un adios con lo scotch sul vetro, ed io me ne andai, era il mio momento (o non lo era più ed era quindi ancor più giusto andarsene).

Algo esta pasando, ma tutto si muove così lentamente… Se avessi un tempo infinito a disposizione potrebbero (anzi, dovrebbero) mescolarsi infinite probabilità e poi ripetersi e ripetersi di nuovo, perché c’è qualcosa di ancora indistinguibile intorno, qualcosa che forse è tensione, elettricità, attesa, domanda, dubbio, e l’unica cosa che ha senso fare ora è sedersi ad aspettare che la potenza diventi atto o ripieghi su se stessa scomparendo.

Ricomincio dal marciapiede, il mio rituale zaino-chiavi-catena-bici-ipod-fanale ma l’ultimo anello non funziona, un anno intero mi scivola addosso mentre sistemo la mia luce senza risultati, e mentre sono in ginocchio sull’asfalto sento un gracias por el cumplido dietro di me e tu compari con nastro adesivo alla mano e la tua telegrafica risposta con una mezzora buona di delay.

Sembra una condanna morfologica quella che mi coglie sempre sul gradino inferiore o inginocchiata sul cemento, a guardarti dal basso e dal basso esistere, dal basso scegliere di esistere.

Con il nastro dei tuoi addii leghi la luce alla mia bici, attacchi questo spillo col tuo nome immaginario impresso e lo sento pesare come una foto nel portafogli o un anello al dito, eppure oggi - ad una settimana di distanza - il suo legittimo gancio è ancora abbandonato sul mio comodino e quella tua fotografia astratta lì a far luce alla mia strada ovunque vada.

Algo esta pasando.

Se solo avessi infinito tempo a disposizione.