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Uniones y separaciones: almas que se juntan
y son una constelación que canta
por una fracción de segundo en el centro del tiempo,
mundos que se dispersan como los granos de la granada
que se desgrana en la hierba.
Octavio Paz, Arenas Movedizas
IT IS HEROIC TO TRY TO STOP TIME
Jenny Holzer
y son una constelación que canta
por una fracción de segundo en el centro del tiempo,
mundos que se dispersan como los granos de la granada
que se desgrana en la hierba.
Octavio Paz, Arenas Movedizas
IT IS HEROIC TO TRY TO STOP TIME
Jenny Holzer
In genere smettiamo di ripeterci la domanda come un mantra nel momento in cui iniziamo a dare per scontata la risposta. Il passaggio in cui tutto comincia a manifestarsi in maniera diversa è un movimento impercettibile, un luogo che è non-più e non-ancora al tempo stesso. Interi mondi nascono e muoiono intorno a noi in estremo silenzio, continuamente. Cosa c’è lì in mezzo, tra il prima e il dopo? Un innocuo nulla? Pura sospensione? Un vuoto d’aria? Ci piace dare nomi, crediamo nel loro potere. Se posso chiamarti per nome significa che ti ho riconosciuto in mezzo al resto, che ho pensato al tuo movimento e ai tuoi confini, che hai qualcosa da raccontarmi ed è probabilmente quello che ho bisogno di sapere adesso.
Alessandra l’ha chiamato punto neutro.
Quando ho visto i palloncini sollevare la coperta ho pensato che stesse cercando di fermare il tempo. Quanta umanità c’è dentro questo tentativo? Quanta bellezza nasce dai tentativi di detenere qualcosa? A volte ho l’impressione che l’essenza dell’arte somigli allo sforzo di fermare il movimento per un attimo o almeno rallentare il suo corso il tempo necessario per dargli un volto. Dargli un nome.
I palloncini sollevano la coperta soltanto per un po’, finché l’elio non si disperde nell’aria e il suo peso diventa insostenibile. E’ un ciclo di vita che si svolge e chiude con una certa onestà nei confronti dell’esistenza stessa. Di quest’oggetto non resterà altro che un’immagine in movimento e forse un ricordo o una parola, una testimonianza diversa che dilata la sua vita e lo avvicina all’eternità senza raggiungerla.
Interrogarsi sulla dinamica del processo significa osservare il punto neutro e dare forma alla sua manifestazione altrimenti impercettibile. Significa credere che una forma speciale di risultato stia già nella direzione con cui si tende verso qualcosa e, se il tempo è davvero tutto quello che abbiamo, allora la strada che prendiamo è più importante della destinazione cui forse arriveremo (o forse no. Solo il tempo potrà dirlo, il che ci riporta alla casella uno.)
Per Alessandra l’opera stessa è il processo con cui giunge al risultato. O quasi.
C’è molta forza espressiva, ma anche una grande semplicità nella sua ricerca. Sa che l’equilibrio è un’immagine essenziale e sintetica, e non azzarda una risposta sul ciclo di vita, ma pone una domanda cui tutti dovremmo rispondere da soli per sentirci più sereni davanti alla sua fine.
Lavoisier ci ha insegnato che nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma solamente e, aggiungerei, questa trasformazione è necessaria perché nulla nell’universo è preservabile in eterno nel suo stato attuale. Ogni cosa porta in sé il prologo della fine. Ma quel che più conta è che, a tutto questo, segue sempre un nuovo inizio.
L’equilibrio è il luogo che attraversi prima di lasciarti cadere in un estremo
Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone.
Italo Calvino, Le città invisibili
Italo Calvino, Le città invisibili
Possiamo pensare a una piuma o un palloncino gonfio d’elio come metafore della leggerezza. Li immaginiamo sollevarsi trascinati dalla corrente, leggeri come l’aria che li trasporta e disperde lì dentro la loro debole gravità. Eppure basta legarli insieme con un filo sottile per pietrificarli e trasformarli in un unico corpo inchiodato a terra che si trascina a rallenty con un peso che non sembra essere il suo, ma quello dell’intera fatica universale quando si trova a lottare contro una condizione che non le appartiene.
Che peso è questo? Ricorda un flirt confuso o un amore impossibile, quando ognuno si appoggia a una speranza che l’altro non sa di condividere.
Il filo che li unisce li trasforma in una metafora della sospensione, in un punto neutro in cui non succede niente (niente di tutto ciò che conosciamo e chiamiamo per nome) e il tempo si ferma per permetterci di osservare e interrogarci sulla sua natura. Se c’è così tanta fatica in quel movimento è perché il passaggio non avviene senza che entrambi i corpi (o il prima e il dopo) oppongano tutta la resistenza di cui sono capaci. Ogni cambiamento genera una certa tensione. La dicotomia del trattenere e lasciare andare. Del conservare o distruggere. La natura del mondo si trova spesso in questa condizione transitoria.
Possiamo considerarlo un punto di equilibrio? Cosa significa?
E’ facile abbandonarsi, lasciarsi cadere in una delle due voragini: basta sospendere ogni resistenza e lasciare compiere il suo lavoro alla forza dominante. Invece l’equilibrio è un punto di pura sospensione in cui si lotta affinché nessuna delle due forze coinvolte prevalga. E’ una forma di resistenza estrema e una condizione precaria, fugace. Mantenerla, anche solo per un attimo, richiede uno sforzo enorme.
L’equilibrio è un luogo di transizione in cui potremo fermarci solo per un attimo.
Poi ci si lasceremo cadere.
L’osservazione come intervento e l’equilibrio come armonia
El respeto a las formas - decía Wen Tsi -
no es tanto la conservación de lo mismo
como la observancia del ritmo con que lo mismo
adopta formas diversas.
César Aira, Una novela china
LETTING GO IS THE HARDEST THING TO DO
Jenny Holzer
no es tanto la conservación de lo mismo
como la observancia del ritmo con que lo mismo
adopta formas diversas.
César Aira, Una novela china
LETTING GO IS THE HARDEST THING TO DO
Jenny Holzer
L’osservazione non è un atteggiamento passivo, al contrario. E’ una forma d’intervento rispettoso, che non rompe l’armonia della metamorfosi, ma la rallenta solamente il tempo necessario per poterla osservare e magari comprendere. C’è addirittura chi sostiene che l’acqua impieghi più tempo per raggiungere il suo punto di ebollizione se qualcuno la osserva.
Cos’è l’armonia assoluta? Ci dovrà essere un gran caos speculare, perché si manifesti? E’ presuntuoso credere che le manifestazioni dell’armonia assoluta generino il movimento unisono degli elementi. Forse è solo un modo per proteggerci perché sappiamo che il loro contraccolpo – la fine - sarà uno spaventoso attimo di silenzioso e buio niente.
Nell’armonia assoluta si manifesta un equilibrio che vorremmo dominare, dilatare, e in quel momento siamo così ansiosi di conservarlo da non ricordare che questa condizione si raggiunge quando si lotta col suo contrario e che, annullando questa premessa, anche il risultato che perseguiamo smette d’esistere. L’armonia è un movimento unisono ma, quando finisce, ogni elemento prosegue per la sua strada. C’è temporalità anche nell’armonia assoluta e non c’è ragione di mantenere in vita una cosa morta. E’ più saggio imparare a mollare la presa e lasciare andare, nonostante letting go sia the hardest thing to do. Fermare la fine è un movimento maldestro e sconfortante. E’ un atto violento e debole, quindi vano.
Le opere di Alessandra sono metafore della sospensione, del punto neutro che fa raggiungere agli oggetti, dell’equilibrio. Sono un’immagine dell’armonia estrema, un elegante still del punto di transizione tra una condizione e la seguente, sono quello che accade tra una fine e il suo nuovo inizio.
Buenos Aires, 20 Agosto 2010
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